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Mostra Fotografica Double Me di Barbara Bo

Il doppio viaggio dell’anima di Barbara Bo
Lettura critica di Sonia Patrizia Catena
 Milano, dal  22 febbraio al 7 marzo 2015 – Circuiti Dinamici Via Giovanola 19/c e 21/c Milano
 

Mostra fotografica_Double Me_Barbara BoColori cipria, chiari e luminosi “raffreddano” l’inquadratura fotografica, tonalità sabbia e nuance polverose avvolgono i soggetti. Il bianco lucente desatura l’immagine, il colore si trasforma in una tonalità di grigio che immerge i soggetti in un pulviscolo quasi evanescente. Unico punto di colore deciso, energico, è dato da quell’elemento isolato delle scarpe rosse o marroni che colpisce la nostra attenzione.

L’uso dei tempi lunghi, la sovrapposizione dei fotogrammi e la desaturazione permettono a Barbara Bo di imprimere un racconto con la luce, laddove la macchina fotografica diventa unico testimone di un flusso di sensazioni e percezioni.

Assistiamo a un eclissi rappresentazionale dell’io, in cui si delinea una coppia, un doppio anonimo, laddove i volti restano celati, lo sguardo è fuori campo, l’attenzione è altrove dove noi non possiamo accedere.

Il corpo sembra sul punto di abbandonare la scena, ma non ci riesce, è “ingabbiato” dalla composizione geometrica e regolare dell’inquadratura fotografica. Si muove nello spazio scenico all’interno di confini e limiti prestabiliti, non esce quasi mai, se non per il volto che, in alcuni casi, scompare. È un corpo che emoziona, sospeso nel suo orizzonte destinale in cui tutto tace, ogni cosa si ferma, ogni movimento è bloccato, fotografato.

L’obiettivo fotografico, unico “volto” che ci guarda, unico “occhio” che ci punta e ci colpisce, non lo sguardo dell’artista, ma il suo doppio, la sua anima. Il corpo assurge a superficie di scrittura poetica, territorio dell’immaginario, spazio della visione fuori dal sé, in cui l’identità è un vuoto che non può essere colmato.

Il corpo e l’anima, l’io e il mezzo fotografico, elementi che si sfaldano, che si sradicano uno dall’altro vivendo due vite separate, differenti.

Nelle fotografie Double me i corpi evanescenti si incontrano, gli strati emotivi di pelle si sovrappongono. In Naked Soul gli ambienti hanno una temporalità sospesa, raccontano di una vita vissuta. Scarpe dismesse giacciono per terra come abbandonate, solitarie, autoritratto di un corpo che vive nudo solo nell’anima, in cui l’obiettivo neutro, oggettivo e lucido del medium fotografico ne cattura l’essenza sdoppiandola. In Pure Soul capita di scorgere il volto, il viso appare, come un’epifania fugace. Nella serie Odile le scarpe ritornano, il cammino diventa elemento di transizione, di viaggio personale e intimo. Odile e Odette sembrano ricongiungersi, si fondono. Il corpo non è più diafano ma appare definito nella sua unità, diventa protagonista di un frame cinematografico, raccontato grazie alla tecnica del reportage, che congela l’attimo e lo coglie. In Self portrait non è l’artista il soggetto dell’autoritratto, ma è il dispositivo fotografico il protagonista.

Barbara Bo e la macchina fotografica formano un unico corpo, la fotografia è la sua vita, la sua anima, è se stessa, il suo autoritratto per transizione. Ormai l’osmosi e la fusione è avvenuta, ogni elemento si collega, non vi è più un doppio, il corpo dell’artista e il medium digitale hanno la stessa identità.

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