Ha ottenuto un lusinghiero riscontro critico il recital di Maria Perrotta al Teatro alle Vigne di Lodi l’8 dicembre scorso per gli Amici della Musica “A. Schmid”: ne ha scritto giovedì scorso Elide Bergamaschi sul quotidiano “Il Cittadino”. Questo il testo integrale della recensione:
Guardando alle scelte che hanno sino a oggi costellato la sua presenza discreta nell’universo pianistico, l’essenza della musica per Maria Perrotta pare essere custodita in pagine estreme: totalizzanti per forza, complessità e peso specifico. Pagine universo, nel cui labirinto smarrirsi è questione di attimi.

Lo scorso 8 dicembre, per il secondo appuntamento della Stagione concertistica degli Amici della Musica, la pianista cosentina si è presentata al pubblico del teatro alle Vigne di Lodi con un impaginato che ben sottolineava l’evidente poetica delle sue scelte, con l’ultimo Schubert della Sonata D 960 a fare da ideale sfondo, da torreggiante punto di fuga. Lo avevamo ascoltato qualche settimana prima in un concerto quasi privato, ancora in fase di costruzione.
Ora, il mosaico falsamente rassicurante di questo dedalo di umori ha raggiunto la soglia del giusto passo. Un mondo perfetto per la musicalità di Perrotta, introspettiva e addentrata, tentata dal dettaglio a costo di lasciar andare il filo della narrazione. Un gusto del frammento, il suo, che non di rado inabissa la linea del canto in sfumature svaporanti e solo vagamente timbrate, indugianti su riccioli di frase lontani, intinti in una nebbia nella quale la vicenda musicale sembra seguire rivoli interni, talvolta oscuri persino all’ascoltatore.
Per possedere in ogni minimo segmento l’immensa cordiera espressiva di questa cattedrale, già peraltro perfettamente calata nella giusta temperie, occorrerà altro tempo, altra decantazione; tempo per governare l’acciaio segreto dei suoi invisibili tiranti, quelli che reggono archi di frase sospesi sull’infinito, per osare la confidenziale leggerezza dello scherzo, leziosa e quasi petulante nel suo (finto) gioco dopo la sepolcrale desolazione, magnificamente evocata, dell’Andantino sostenuto.
Il recital, d’altronde, si era aperto nel segno della dissimulazione, con il Mozart sorridente eppure affilato della giovanile Sonata KV 283 che Perrotta trasformava in materiale liquido e irrequieto, ondivago nei profili, moderatamente guizzante nel turbine del Rondò finale.
E negli abissi oscuri delle quattro Ballate op. 10 di Brahms, già così affini alle decantate miniature della maturità, il piglio leggendario veniva restituito con quella fine, pudica sensibilità che è cifra di questa artista non omologata, trovando il suo punto più riuscito nelle Ballate seconda e quarta, là dove la luce si fa iridescente e l’affondo morbido.
Giustamente, nonostante i generosi applausi, nessun bis. Dopo un viaggio alle propaggini del silenzio, nessuna nota può esserci.




