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LAV – Proposte e soluzioni per un equilibrio tra spesa pubblica e tutela degli animali selvatici. Basta uccisioni, nutrie, volpi, istrici, gambero rosso

Non siano un capro espiatorio degli errori umani, un modello virtuoso è possibile!

LAV dalla parte degli AnimaliSabato 10 novembre alle 18.30, Teatro Comunale di Bonporto (MO) inconro organizzato da LAV e altre assocoazioni, con tecnici esperti di aree diverse per individuare strategie di gestione del territorio che assicurino sicurezza, coesistenza pacifica uomo-animali e un corretto utilizzo delle risorse pubbliche.

Dopo anni di guerra aperta ad animali selvatici come nutrie (scheda di approfondimento allegata), volpi, istrici, gambero rosso, ritenuti responsabili di danni al territorio e alle colture, sono i risultati a parlare: nessun problema è stato risolto, moltissimi animali sono stati uccisi. E se i tentativi di eradicazione non hanno risolto il problema, le cause, evidentemente, vanno ricercate altrove.

Il 10 novembre a Bomporto (Modena), con l’aiuto di tecnici di aree diverse, LAV insieme alle altre associazioni (programma allegato) approfondisce il tema del delicato rapporto tra “Animali selvatici e attività umane”, con un’attenzione particolare al dissesto idrogeologico, argomento di stringente attualità che si lega alla sicurezza dei cittadini e alla gestione della spesa pubblica.

La sicurezza del territorio sta assumendo, in questi ultimi anni, il carattere di una grande sfida che attende il nostro futuro e che ha già avuto l’occasione di palesarsi in molte occasioni nelle quali è stato pagato un prezzo altissimo in termini di devastazioni ambientali.

Oramai non è più possibile parlare di “stato emergenziale”, gli eventi atmosferici estremi stanno entrando a far parte di una gestione ordinaria del territorio. Per questo motivo non è più tempo di utilizzare gli animali quale capro espiatorio di una mala gestione dei fondi pubblici che ha determinato negli anni un enorme spreco di risorse senza peraltro giungere a soluzioni definitive.

LAV_Animali selvaticiIl 10 novembre a Bomporto, LAV e le altre associazioni chiamano a raccolta amministratori, tecnici, esperti di discipline diverse e cittadini per individuare soluzioni e strumenti applicabili e realmente efficaci, al fine di superare, costruttivamente, la retorica dell’invasione animale.

Partendo dalle dinamiche che regolano l’interazione tra gli animali selvatici, gli umani e l’ambiente che li ospita, il convegno proporrà una prospettiva alternativa e, soprattutto, realistica, sulle problematiche che da questa interazione derivano, individuando soluzioni praticabili ed efficaci.

Una nuova modalità di rapporto tra uomini e animali selvatici su ogni territorio è possibile, attraverso una coesistenza pacifica che assicuri la tutela di ogni vita animale, nel rispetto delle attività umane, grazie anche ad una corretta gestione delle risorse pubbliche.

Le nutrie, tra mito e realtà

Dati e proposte per sfatare il mito dell’invasione “aliena” e per una corretta gestione del territorio

Nel delicato rapporto tra gli animali selvatici, le attività umane che si svolgono sui loro territori e le attività messe in campo per mitigare gli effetti di questa interazione, una specie tra tutte gode dello status di “sorvegliato speciale”: la nutria.

Animale-simbolo, accusato di causare gravi danni all’agricoltura e alle strutture arginali, nonché di costituire un rischio igienico sanitario, la nutria è da sempre capro espiatorio di fenomeni solo in parte ascrivibili alla sua presenza sul territorio, in modo analogo a quanto avviene per altre specie come volpi, istrici, gambero rosso, per citarne alcune.

Molte vittime, pochi dati

Per anni sottoposta a piani di controllo elaborati dalle Province ai sensi della legge nazionale sulla tutela della fauna selvatica (L. n. 157 del 1992), dal 2016, anno in cui è diventato operativo il Regolamento comunitario sulla gestione delle specie alloctone, la nutria è stata oggetto di tentativi di eradicazione o di controllo numerico, sulla base di piani elaborati dalle Regioni.

Secondo i dati resi disponibili dalla Regione Emilia Romagna, ogni anno vengono uccise più di 50.000 nutrie: un numero di vittime enorme che, tuttavia, non assicura la soluzione del problema.

In primis, perché a parlare sono i fatti, ovvero l’inefficacia dei tentativi di contenimento cruento che si susseguono negli anni, in secondo luogo, perché non esistendo alcun censimento sulla presenza della specie, non è possibile valutare l’incisività di questa cifra, un eccidio enorme e ingiustificabile, eppure di dimensioni irrisorie rispetto al numero di nutrie presenti sul territorio regionale.

È la stessa Regione ad affermare nel suo piano che “l’eradicazione è un obiettivo di difficile attuazione” (Deliberazione della Giunta Regionale del 18 aprile 2016, n. 551 – Piano regionale per il controllo della nutria – Myocastor coypus, pag. 21), ammettendo implicitamente che l’unico obiettivo realistico possa essere un contenimento numerico della specie sul territorio.

Caccia al colpevole

Secondo la Regione Emilia Romagna nel 2013 – ultimo anno per il quale sono stati raccolti i dati integrali – le nutrie sono state responsabili di aver procurato un totale di 122.000 euro di danni all’agricoltura, meno del 10% del totale che ammonta a 1.357.425.

Si tratta di una cifra più che sostenibile per una Regione, ancor di più se consideriamo che nello stesso anno fagiani e lepri – specie molto ambite dai cacciatori che, infatti, ne immettono decine di migliaia ogni anno sul territorio – hanno causato danni per un ammontare pari a 206.000 euro, ovvero quasi il doppio di quelli determinati dalle nutrie.

Ma in quest’ultimo caso nessuna istituzione si è mai presa la briga di avviare azioni di contenimento delle popolazioni, a cominciare dalla sospensione delle immissioni di animali sul territorio, tanto alto è l’interesse della lobby dei cacciatori nei confronti delle due specie.

La longa manus delle lobby

Senza voler esaurire l’argomento, è d’obbligo un breve cenno alla questione dell’immissione di specie sui vari territori, ad opera della mano umana. Accade per fini di “ripopolamento” – o meglio per assecondare l’interesse venatorio – per specie come quelle appena citate, o per altre, come i cinghiali, di cui sono state introdotte varietà dall’est Europa, più prolifiche ed aggressive, che hanno presto avuto la meglio sulle popolazioni locali, salvo poi diventare anche essi vittime di piani di abbattimento o di speciali deroghe venatorie.

Accade anche per le specie alloctone, dette “aliene”, come le nutrie, introdotte dall’uomo a fini produttivi (in questo caso l’industria della pellicceria, negli anni Settanta) per poi essere liberate nell’ambiente a seguito della crisi del settore. Si tratta di squilibri palesemente innescati da mano umana di cui sono gli animali a fare le spese, ingiustamente accusati di invadere i territori e di interferire con le produzioni agricole, l’ambiente, la sicurezza.

Rischio sanitario: vero o falso?

Alla retorica dell’invasione delle specie aliene si aggiunge quella del rischio sanitario, che per molti anni ha giustificato gli interventi cruenti nei confronti di decine di migliaia di nutrie.

Argomentazioni, queste, che non paiono più di grande interesse per l’amministrazione regionale, tanto che nel suo piano varato ad aprile 2016 e valido fino a marzo 2021, la regione Emilia Romagna consente di abbandonare in loco gli animali uccisi “che, per le condizioni dell’habitat, non sia possibile recuperare”, ed afferma che le carcasse “possono essere smaltite da parte dell’abbattitore mediante sotterramento che dovrà avvenire in un terreno adeguato per evitare contaminazioni delle falde freatiche o danni all’ambiente”.

Un requisito piuttosto curioso, come se ogni cacciatore, ogni persona autorizzata agli interventi di uccisione delle nutrie, fosse a conoscenza del reticolo delle falde freatiche, della loro profondità e ancor di più delle condizioni alle quali il sotterramento di una nutria può rappresentare un danno all’ambiente.

È evidente che a tali condizioni, tutte le considerazioni rispetto alla potenziale pericolosità igienico sanitaria delle nutrie, sono destituite di ogni fondamento, ancor di più perché il piano non fornisce alcuna indicazione in merito all’adozione di eventuali dispositivi di protezione per coloro che si trovino a maneggiare le salme delle nutrie.

Allarme maltempo, tra emergenza e crisi strutturale

In questi giorni l’Italia è stata investita da eventi atmosferici di carattere eccezionale, mai riscontrati prima. Da nord a sud hanno soffiato venti fortissimi, è piovuto in quantità imponenti in tempi brevissimi, intere foreste sono state rase al suolo, case scoperchiate, ma soprattutto moltissimi fiumi sono straripati invadendo le campagne, distruggendo manufatti, ponti, case.

Disastri di proporzioni mai viste, a seguito dei quali la retorica dei danni causati dalle nutrie agli argini, che tanto accoglimento aveva trovato nei media nazionali solo pochi anni fa, è stata semplicemente azzerata dai fatti, mettendo il Paese e le amministrazioni locali di fronte alla realtà di un problema ben più complesso e articolato – quello dei cambiamenti climatici – per il quale la nutria non ha alcuna responsabilità.

Life Rinasce, ripartire dalle buone pratiche

La stessa Regione Emilia Romagna collabora, in qualità di beneficiario associato, al progetto Life Rinasce. Un progetto finanziato con fondi europei che ha l’obiettivo di “dimostrare che i concetti chiave della Direttiva Quadro sulle Acque 2000/60/CE e della Direttiva Alluvioni 2007/60/CE, possono essere applicati anche sul reticolo idrico artificiale, diminuendo il rischio di inondazioni e migliorando contemporaneamente lo stato ecologico dei corsi d’acqua”.

Un progetto importante la cui realizzazione non prende neppure in considerazione l’eventuale presenza delle nutrie che evidentemente non rappresentano un problema. Al contrario, gli interventi di riqualificazione idraulica, previsti tra le azioni del progetto stesso, comportano l’effetto collaterale di creare un ambiente sfavorevole all’insediamento delle nutrie.

Una nuova modalità di rapporto tra uomini e animali selvatici su ogni territorio è possibile e, alla luce dei fatti, quanto mai necessaria ed urgente. Occorre ripartire dalle competenze e dai dati scientifici, attingendo da buone pratiche già efficacemente sperimentate, in grado di instaurare meccanismi virtuosi in cui risultati, buona gestione della spesa pubblica e tutela degli animali coesistano, sostenendosi a vicenda.

9 novembre 2018

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