Domani, mercoledì 5 dicembre alle 20.30 Radiotre trasmette integralmente il recital del pianista ucraino Antonii Baryshevskyi alla Fazioli Concert Hall di Sacile, musiche di Beethoven, Scriabin, Bartók, Ligeti e Stravinsky
Subito dopo le ultime note di Petroushka di Stravinsky il pubblico decretò una “standing ovation” alla Fazioli Concert Hall di Sacile. Era il 16 marzo scorso e il pianista ucraino Antonii Baryshevskyi, vincitore del Concorso Arthur Rubinstein nel 2014, vi debuttava con un programma particolarmente intenso: Beethoven: Sonata op. 111; Scriabin: 5 Preludi op. 74, Vers la flamme op. 72; Bartók 3 Studi op. 18, Ligeti: 2 Studi, Stravinsky: Ragtime, Tango e 3 Mouvements de Petroushka.
Rai-Radio3 trasmetterà integralmente questo straordinario concerto domani, mercoledì 5 dicembre 2018 alle ore 20.30: una serata particolarmente riuscita che a suo tempo fece sortire due recensioni a firma di Luca Baccolini e Paolo Locatelli che qui riportiamo:
“Rassicuriamo subito sulla salute del nostro: alla fine di questa maratona cielo-inferno e inferno-terra le energie gli erano sufficienti per offrire un bis debussyiano. L’esperienza d’ascolto di Baryshevskyi – che chi scrive ha esperito in una grande sala come il Manzoni di Bologna, per Musica Insieme, in un recital privato a Kiev e nella sala del Bronzino al Quirinale – è un enigma ancora irrisolto. È evidente che il suo pianismo, informato sulla grande scuola del suo paese, poggia su basi tecniche ineccepibili.
Ma questo non basterebbe a fare di Baryshevskyi, figlio di una psicologa e di un uomo di chiesa ortodosso, l’oggetto del nostro interesse. Vederlo è precipitare di colpo in un’esperienza lontana ed estranea all’industria concertistica, che vuole l’interprete mediatore ingombrante e imprescindibile del messaggio.

Baryshevskyi è invece dentro il messaggio. Significa che quando lo ascoltiamo lo vediamo dentro la musica, prima ancora che al pianoforte. In questo, il suo pianismo è un rituale di transustanziazione cui è impossibile sottrarsi. Baryshevskyi suona musica che ha veramente vissuto. Più che interpretarla, la rivive. E noi assistiamo al reincarnarsi di quella sostanza che è anzitutto vita, prima che studio e tecnica.
In questo contribuisce ovviamente il gusto narrativo della scuola russa, quel “far venire da lontano”, il gesto dell’evocare, la reminiscenza, cui s’aggiungono una gestione impeccabile dei pesi della mano, il senso innato delle proporzioni, la ferrea logica interna dentro la singola battuta, nella frase e nella forma complessiva, la creazione non artificiosa di suspance (come nell’Arietta di Beethoven).
Baryshevskyi non sarà mai un interprete postmoderno, che cerca l’effetto stupefacente, che fa precedere l’ego artistico al messaggio sonoro, che crea l’evento nell’evento. Ma questa sua onestà nel porsi, l’apparente solipsismo del suo carattere, lo ripagheranno con ricompense maggiori. Verrà il tempo di Baryshevskyi. E forse quel tempo è già arrivato.(Luca Baccolini, Le Salon Musical, 18 marzo 2018).
“Perché, se è vero che la tecnica mostruosa non fa il grande musicista, è da lì che si parte per arrivare ai massimi livelli e lui questo dominio assoluto dello strumento ce l’ha. È tale bagaglio a consentirgli un funambolismo imprudente e sfrenato, nell’accezione più lusinghiera del termine, con cui scava nel pianoforte senza paura, lo sfida, lo blandisce, soffre e gode (e fa godere!) con lui.
Nei tratti Baryshevskyi ricorda quelle grandi orchestre dell’Europa orientale che uniscono alla pasta calda del suono flessibilità e trasparenza.
E le ricorda anche nel gusto musicale, per la libertà di fraseggio e la cantabilità, ma anche per ampiezza di risorse espressive, perché Baryshevskyi nella sua valigia ha tutto: ha il pianissimo (ascoltare l’attacco di Arc-en-ciel di Ligeti per credere), ha l’agilità morbida e di forza, ha pure certa rabbia violenta, quando serve (l’Allegro drammatico dei 5 Préludes op. 74 di Scriabin è a dir poco tellurico).
E poi sa mettere tutto insieme, con la capacità di penetrare nello stile di ogni brano senza ricondurlo esclusivamente a sé, o alla propria cifra, ma senza nemmeno annullarsi. Il che sorprende due volte se si guarda al repertorio in programma, che è da artista onnivoro ai limiti della sfacciataggine.
Dal classicissimo Beethoven al russissimo Scriabin, passando attraverso le varie declinazioni di Novecento incarnate da Bartók, Ligeti, Stravinskij e dal Debussy del bis (dei Feux d’artifice da mastro fuochista) cambia la prospettiva ma resta intatta la vertigine della veduta” (Paolo Locatelli, Operaclick, 20 marzo 2018)
Bologna, 4 dicembre 2018




