Dall’Italia al cuore dell’Africa, l’associazione nata dall’impegno di quattro amici con missioni mediche e progetti di formazione
In un mondo in cui l’accesso alle cure mediche è ancora un privilegio per pochi, ci sono realtà che scelgono di colmare questo divario con impegno, coraggio e dedizione. Safe Heart ODV è una di queste. Nata dall’idea di quattro amici prima ancora che colleghi, l’associazione ha portato la cardiochirurgia in luoghi dove spesso manca persino l’assistenza sanitaria di base, come il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri al mondo.
Attraverso missioni periodiche, l’équipe di Safe Heart offre interventi salvavita, prende in carico i pazienti anche nel percorso pre e post operatorio e, parallelamente, lavora alla formazione del personale locale per costruire team medico-sanitari autonomi. Ogni viaggio è una sfida, ma anche un’occasione per scrivere nuove storie di speranza: giovani pazienti che, grazie a un cuore curato, possono tornare a scuola, immaginare un futuro e diventare a loro volta fonte di cambiamento per la propria comunità.
In occasione dell’Aperitivo Solidale del 18 settembre all’Oratorio della Passione di Milano, abbiamo raccolto la testimonianza di Safe Heart ODV in una lunga intervista che racconta origini, sfide e progetti futuri dell’associazione. Una conversazione che emoziona e fa riflettere sul valore della solidarietà, capace di unire mondi lontani sotto lo stesso cielo.
Come nasce Safe Heart ODV e qual è stato il momento che vi ha fatto capire di dover intervenire anche in Paesi come il Burkina Faso?
Safe Heart ODV nasce dall’idea di quattro amici prima ancora che colleghi, nasce dalla voglia e dal desiderio comune di portare speranza a tutti coloro che non hanno le possibilità socio-economiche per poterla coltivare. Nessuno di noi decide dove nascere, le nostre origini sono indipendenti da noi, ma credo che la responsabilità di ognuno di noi è quella di garantire che tutti possano godere dei diritti fondamentali come lo è l’assistenza sanitaria. Purtroppo questo diritto nella maggior parte del pianeta non è garantito, questo è l’input che ci ha spinto ad operare nel mondo iniziando dal Burkina Faso, paese tra i più poveri al mondo.
Cosa significa per voi portare la cardiochirurgia in territori dove spesso manca anche l’accesso alle cure di base?
La nostra mission che ci spinge ogni anno a intraprendere missioni a mille chilometri da casa, è proprio quella di aiutare chi senza di noi non avrebbe motivo di pensare al futuro. In questi paesi l’assistenza sanitaria è a pagamento e così anche le cure di base sono accessibili solo ai pochi privilegiati. Il nostro compito è fornire interventi di cardiochirurgia agli “ultimi degli ultimi”, a tutti coloro che nemmeno si possono permettere una semplice visita medica, prendendoci in carico non solo i costi dell’intervento ma anche tutte le visite pre e post degenza.
L’evento del 18 settembre ha una cornice speciale: perché avete scelto l’Oratorio della Passione per l’Aperitivo Solidale?
Abbiamo scelto l’Oratorio della Passione perché è un luogo che unisce arte, storia e spiritualità. Un luogo per condividere non solo un aperitivo, ma anche valori di solidarietà e comunità. Volevamo che i partecipanti vivessero un’esperienza che non fosse solo conviviale, ma anche ricca di significato: un luogo che nei secoli, sorto accanto la Basilica di Sant’Ambrogio, ha rappresentato un luogo di incontro, accoglienza e aiuto verso il prossimo.
Il ricavato andrà a sostenere giovani pazienti con patologie valvolari. Ci raccontate una storia simbolica che rappresenta il senso delle vostre missioni?
Non ricordo di preciso quando abbiamo conosciuto e poi operato Konate Moussa, credo fosse in una missione del 2023 e all’epoca dell’intervento aveva 17 anni. Primogenito in una famiglia di sei persone dove solo il padre lavorava come agricoltore e dove lo stipendio mensile del nucleo familiare era di 50 euro. La famiglia possedeva solo uno scooter e nella loro casa mancava l’acqua corrente e l’elettricità. Moussa fin da piccolo aiutava il padre nei campi e poi andava a scuola a piedi tutti i giorni fino a quando all’età di 12 anni la sua patologia cardiaca gli ha impedito di recarsi a scuola in maniera costante. Le sue speranze di un futuro migliore non solo a livello scolastico ma soprattutto a livello di vita erano pressoché nulle fino al nostro incontro; intervento eseguito con successo e il ragazzo poté così iniziare quella vita che a 12 anni nel pieno della sua crescita gli era stata negata. Cosa rappresenta più di altre storie questa in particolare? A maggio di quest’anno ci ha fatto recapitare una foto della sua pagella di fine anno. È riuscito a terminare la scuola e ora il suo sogno è quello di iscriversi all’università per studiare medicina e aiutare chi è più bisognoso nel suo paese.
Oltre alla cura, vi occupate anche di formazione del personale locale. Quali sono le principali sfide che affrontate nel creare team medico-sanitari autonomi?
Le maggiori sfide che incontriamo nel creare team medico-sanitari autonomi è la creazione di rapporti umani prima ancora che professionali basati sulla fiducia reciproca. Non abbiamo mai avuto la presunzione di crederci più bravi e più importanti, mai ci siamo posti sul piedistallo credendo di essere migliori del personale sanitario locale che ci ospita. Abbiamo solo avuto la fortuna di studiare e lavorare in un paese che ci ha garantito l’istruzione e di diventare ciò che volevamo essere; abbiamo solo avuto la fortuna di lavorare in un paese che ha risorse tali che ci ha messo sempre a disposizione mezzi e beni necessari a svolgere il nostro lavoro quotidianamente. Con questo spirito ci siamo messi a disposizione dei professionisti locali che, a loro volta, hanno dimostrato una voglia immensa di crescere e conoscere arrivando a formare un team di cardiochirurgia ben strutturato e autonomo.
Durante la serata condividerete testimonianze delle Vostre missioni. C’è un momento in particolare che ha segnato la vostra esperienza come volontari?
Sai quando parti per una missione come la nostra, a migliaia di chilometri da casa, in un paese sconosciuto ai più e magari sei alla tua prima esperienza, l’impatto emotivo che ti travolge prima, durante e dopo è immenso. Però si, un momento in particolare che ci ha segnati e ad oggi nessuno di noi si è mai dimenticato, risale alla prima missione in Burkina Faso in cui abbiamo operato per una settimana intera.
A metà mattina di una giornata in sala operatoria il chirurgo locale, Adama Sawadogo, ci mostra un video di una bambina con un punteruolo nel torace chiedendoci se potevamo aiutarla; nessuno di noi aveva mai nemmeno visto una cosa del genere, ma tutti ci siamo messi a disposizione. Dopo varie peripezie, una raccolta di soldi per pagare l’ambulanza e 450 km che la bimba ha percorso dal suo villaggio all’ospedale di Ouagadougou; alle 3 notte ci apprestiamo ad eseguire un intervento salvavita su una piccola di 6 anni. L’intervento miracolosamente riesce senza nessuna complicanza, la bambina viene dimessa dopo due settimane di ricovero mentre noi siamo già a Milano e ci vengono mandate foto ogni anno di lei che va in ospedale per fare i controlli di routine. Quella mattina di ritorno in albergo, sul pulmino che ci portava a riposare illuminati dalla luce dell’alba che rendeva ancora più rossa la terra del deserto nessuno di noi ha pronunciato una singola parola. Mesi dopo ci siamo rivisti in Italia, ne abbiamo parlato e ognuno di noi ha raccontato come la piccola Nafyssatou, questo è il suo nome, gli abbia cambiato la visione del mondo, alcuni hanno raccontato di aver pianto non solo nella loro stanza di albergo in Burkina ma anche nelle settimane seguenti a casa ripensando a quanto era accaduto.
Quanto è importante per Safe Heart ODV il supporto di eventi come questo per finanziare concretamente le Vostre missioni?
Eventi come questo sono fondamentali per Safe Heart ODV perché ci permettono di raccogliere fondi indispensabili per le nostre missioni umanitarie e per la formazione del personale locale e, allo stesso tempo, di incontrare i nostri sostenitori, condividere i risultati raggiunti e mostrare come, grazie al loro aiuto, abbiamo portato cure, sostegno e speranza a chi ne ha più bisogno.
Sappiamo che il primo intervento cardiochirurgico a cuore aperto in Burkina Faso porta la Vostra firma. Quali sono i prossimi obiettivi che vi siete posti?
Sono parecchi gli obiettivi che ci siamo posti, alcuni sono già definiti mentre altri sono per adesso solo idee su pezzi di carta. Il primo è sicuramente di continuare a crescere le competenze dell’equipe del Burkina Faso passando allo step successivo che vedrà il consolidamento della chirurgia coronarica e dell’aorta ascendente; stiamo inoltre formando medici e chirurghi giovani con borse di studio sia in Africa che in Europa. Con altri paesi abbiamo iniziato a collaborare come il Paraguay e il Camerun. Qui per ora siamo nella fase di valutazione per capire la fattibilità di riprodurre il “modello Burkina” anche in questi paesi e devo dire che le premesse sono più che ottime.
Come può un privato cittadino contribuire attivamente alla vostra causa, oltre a partecipare all’evento?
Oltre a partecipare agli eventi, un privato cittadino può sostenerci con donazioni, destinando il 5×1000 nella dichiarazione dei redditi, promuovendo le nostre iniziative ad amici e conoscenti oppure offrendo il proprio tempo e le proprie competenze professionali.
Se poteste trasmettere un messaggio ai nostri lettori, in questo momento, quale sarebbe?
Sollevate gli occhi al cielo, soffermatevi ad osservarlo, guardate la luna e le stelle…. A mille chilometri da voi una madre sta guardando quello stesso cielo, quelle stesse stelle, quella stessa luna sperando in un futuro migliore per suo figlio. Da soli non possiamo cambiare il mondo, ma insieme possiamo sicuramente cambiare il destino di molte vite e grazie a tutti voi continuiamo a lottare per garantire che tutto questo raggiunga un numero sempre maggiore di persone bisognose e dare speranza a tutte quelle madri che come voi stanno ancora guardando in su.
Redazione Udite Udite ! ©




