Con The Sisterhood 2, Sarah Jane Morris consegna al pubblico un’opera intensa e necessaria, capace di superare i confini dell’album per farsi racconto, memoria, gesto politico e dichiarazione d’amore. Non una semplice sequenza di brani, ma un viaggio musicale e umano dedicato a undici donne straordinarie che hanno inciso nella storia della musica e nell’immaginario collettivo: da Patti Smith a Sinéad O’Connor, da Tracy Chapman a Dolly Parton.
In questo lavoro Sarah Jane Morris non si limita a rendere omaggio: entra in dialogo con le sue muse, ne raccoglie l’eredità, ne attraversa le ferite, la forza, la visione. Ogni canzone diventa un ritratto vivo, scolpito con intensità teatrale, sensibilità letteraria e quella profondità emotiva che da sempre rende inconfondibile la sua cifra artistica.

La voce di Sarah — scura, magnetica, drammatica, profondamente umana — è il filo d’oro che attraversa l’intero progetto, tenendo insieme jazz, blues, folk, soul e spoken word in un equilibrio di rara eleganza. Al suo fianco, la chitarra di Tony Rémy non accompagna semplicemente: respira con il racconto, lo illumina, lo incide con tocchi raffinati e visionari.
Brani come Oh Mother My Mother, dedicato a Sinéad O’Connor, sfiorano una dimensione quasi sacrale; Crazy Angel, ispirato a Patti Smith, vibra di urgenza poetica e libertà; mentre The Dignity of Love, che chiude l’album, possiede il respiro solenne di un epilogo cinematografico. Nulla è retorico, nulla è didascalico: tutto vive di immagini, tensioni, memoria e verità.
The Sisterhood 2 è un disco profondamente contemporaneo perché racconta la sorellanza non come slogan, ma come eredità viva. È il passaggio di un testimone tra artiste che hanno saputo trasformare la fragilità in linguaggio, il dissenso in bellezza, la libertà in forma.
Un album colto e viscerale, elegante e militante, che non celebra soltanto grandi donne: le rimette in cammino, facendole risuonare nel presente.
THE SISTERHOOD 2 TRACK BY TRACK
1. Longing To Be Free (for Peggy Seeger)
L’apertura ha il carattere di un manifesto. Il brano procede con il passo del folk narrativo e il respiro dell’impegno civile, intrecciando memoria politica e tensione poetica. Dedicato a Peggy Seeger, si fa ballata che trasforma l’insubordinazione in eleganza morale, definendo fin dall’inizio il senso profondo del progetto: la musica come coscienza attiva.
2. Oh Mother My Mother (for Sinéad O’Connor)
Una delle vette emotive del disco. Elegia di impronta quasi liturgica, attraversa dolore, riconciliazione e metamorfosi con rara intensità. Qui la voce di Sarah Jane Morris sembra oscillare tra invocazione e cicatrice. Più che un tributo, una presenza evocata.
3. I Can Hear Jesus Weeping (for Tracy Chapman)
Con Tracy Chapman emerge la dimensione etica dell’album. Un brano scarno e profondo, attraversato da tensione gospel e inquietudine sociale. Alla dolcezza melodica si affianca una vena critica che lo rende una delle composizioni più taglienti del lavoro.
4. The Edge Is Where the Magic Is Found (for Amy Winehouse)
Dedicata a Amy Winehouse, è una ballad notturna di grande raffinatezza. Morris evita di soffermarsi sul mito tragico e preferisce raccontarne l’arte, la vertigine creativa, l’istinto. Il margine diventa luogo generativo, spazio in cui la fragilità si converte in visione.
5. Love Wit & Stardust (for Dolly Parton)
Una parentesi luminosa e sorprendente. Ironia, calore e leggerezza si muovono in una trama che sfiora il country-soul, restituendo a Dolly Parton la sua grazia irriverente. Un brano che illumina il percorso senza sottrarre profondità.
6. Always Both and Never (for Joan Baez)
Forse il brano più filosofico del disco. Dedicato a Joan Baez, lavora sui paradossi dell’identità, della militanza e della vulnerabilità. La scrittura è densa, quasi meditativa, e si rivela pienamente solo con ascolti successivi.
7. Sweet Mama Raitt (for Bonnie Raitt)
Qui il disco si radica nel blues e nel groove. L’omaggio a Bonnie Raitt ha una sensualità terrena, quasi tattile, sostenuta dal magnifico lavoro chitarristico di Tony Rémy. Uno dei momenti più corporei e vibranti dell’album.
8. Let Only Love Remain (for Joan Armatrading)
Raccolto ed elegantissimo, questo brano dedicato a Joan Armatrading diventa una meditazione sull’essenziale. Sarah canta con misura e sottrazione, lasciando emergere una bellezza silenziosa. Probabilmente il momento più intimo del lavoro.
9. Crazy Angel (for Patti Smith)
Qui il disco si accende di un’elettricità visionaria che sfiora la spoken poetry. Con Patti Smith entrano in scena tensione rock, impulso beat e misticismo urbano. Un brano febbrile e magnetico, tra i vertici assoluti del progetto.
10. Also Known As Etta James (for Etta James)
Più scuro e carnale, questo tributo a Etta James affonda nel blues profondo senza mai cadere nella reverenza da repertorio. Sarah interpreta con una forza quasi teatrale, restituendo materia viva, non memoria imbalsamata.
11. The Dignity of Love (for Janis Ian)
Una chiusura di grande respiro. Dedicato a Janis Ian, il brano ha il passo solenne di un finale cinematografico e celebra l’amore come forma di dignità e resistenza. Un epilogo che non conclude, ma lascia aperta una traccia.
Recensione di Anna Lisa Zitti ©




